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giovedì 26 settembre 2013

Da "Un inverno a Klamath Falls"

Quella mattina mi svegliai cinque minuti in anticipo rispetto al solito, con il presentimento che, affacciandomi alla finestra, avrei visto la prima neve della stagione. Mi stiracchiai per circa trenta secondi, poi corsi a controllare se fosse vero ciò che avevo immaginato. Eccola lì, la coltre bianca che aveva già ricoperto quasi tutto e che non se ne sarebbe andata per un bel po’. Klamath Falls è la cittadina più nevosa dell’Oregon e d’inverno diventa abbastanza invivibile per un’adolescente di diciassette anni come me, cioè freddolosa, imbranata con la macchina -avevo appena preso la patente- e molto restia ai tipici passatempi invernali come lo slittino o la gara a chi si tira più palle di neve. In realtà non avevo nemmeno l’aspetto di una “fan” delle giornate assolate, visto che ero sempre pallidissima anche in piena estate, ma mi giustificavo dicendo che l’abbronzatura avrebbe stonato con i miei capelli chiari; la spiegazione era più banale: se stavo oltre venti minuti sotto il sole assumevo un colore rosso-violaceo che non mi donava affatto. Per fortuna nella mia città, dato il basso numero di abitanti, circa ventimila, non c’erano molte ragazze stile Beverly Hills, ricche e perfette, ma ce n’era comunque qualcuna che sapeva rendere difficile la vita a una timida e un po’ impacciata. Se fossi stata un po’ più disinvolta, forse, sarei potuta essere una delle ragazze “cool” della città: a detta degli altri ero carina, probabilmente facevano colpo i lunghi capelli dorati, ma i miei occhi non erano blu o verdi, erano marroni. Ero piccolina e non appariscente, non capivo molto di moda e trucco e non mi piaceva essere al centro dell’attenzione. Questo mi impediva di essere guardata con ammirazione a scuola e di inserirmi nel gruppo che tutti definivano quello giusto, ma, a dir la verità, non è che ci tenessi tanto.
Dopo aver contemplato la neve e aver setacciato l’armadio in cerca di vestiti che mi impedissero di gelare, mi preparai e scesi a fare la colazione che mi aspettava ogni mattina: pancakes e sciroppo d’acero, dei quali non potevo proprio fare a meno.
<<Buongiorno Kathy, pronta per la prima giornata di neve?>>, mi chiese mia madre mentre versava l’impasto delle frittelle sulla piastra.
<<So che non piace nemmeno a te la neve, mamma, perciò non usare questo tono eccitato>>.
<<Almeno quest’anno ha aspettato quasi la fine di novembre per scendere!>>.
<<Ok , cercherò di essere positiva, ma tanto non ci riesco, lo sai>>.
<<Lo so, è un difetto che hai preso da tuo padre…>>.
Mio padre e mia madre erano divorziati ma, sebbene ogni tanto si lanciassero qualche frecciatina, avevano mantenuto un buon rapporto e sapevo che si volevano bene. I loro amici li prendevano in giro dicendo che andavano molto più d’accordo ora che quando erano sposati e non facevano che ripetere “Kristen e Adam sono i più romantici divorziati del mondo”; probabilmente era vero e di questo ero molto felice, ma non potevo negare di aver sofferto tanto per il loro divorzio. Avevo dodici anni quando era successo e non volevo farmene una ragione, ma anche se ero piccola vedevo che ormai tra loro c’era più amicizia che amore. Ora avevano nuovi compagni e spesso uscivano anche tutti quattro assieme. Di certo era stato un divorzio civile e questo aveva attenuato il mio dolore.
<<Sai Kathy, ieri sera ho incontrato la signora Walberg al supermercato e mi ha detto che è arrivato in città suo nipote Mike da Seattle, te lo ricordi? Trascorreva l’estate qui da piccolo>>, mi chiese mia madre.
<<Era quel bambino biondo, timido quasi quanto me, che mi costringevi ad invitare a giocare da noi?>>.                                         
<<Sì, proprio lui!>>, abbozzò un sorrisetto colpevole.
<<E cosa è venuto a fare d’inverno, non vanno a scuola a Seattle? Se non sbaglio ha la mia stessa età…>>.
<<Ha avuto un po’ di problemi nella sua scuola e finirà l’anno scolastico qui. A dire il vero si dice in giro che sia stato cacciato per problemi di droga>>.
<<Cosa? Sei sicura?>>.
<<No, è solo quello che mormora la gente..>>.
Per quel poco che ricordavo mi riusciva difficile immaginare che quel bambino fosse diventato una specie di ‘tossico’.
<<Comunque oggi lo incontrerai a scuola>>.
<<Già, penso di sì>>. La scuola superiore di Klamath Falls non era certo così grande da impedire ad un nuovo arrivato di nascondersi dagli sguardi indagatori dei residenti.
Oggi Mike sarebbe stato l’argomento del giorno tra i miei compagni, considerate soprattutto le voci che giravano.
Finita la mia colazione presi i libri, salutai mia madre e mi avventurai nella neve per arrivare alla fermata dell’autobus -non ci pensavo nemmeno a prendere la macchina -.
Camminando pensai che, seppur preferissi un clima più mite, Klamath Falls d’inverno era davvero suggestiva, completamente bianca e candida, sembrava appartenere ad un’altra epoca. Inoltre, era d’obbligo, nelle giornate nevose, visitare il lago Crater, a cinquanta miglia di distanza, che diventava uno specchio magico.
Durante il tragitto in autobus pensai a Mike, incuriosita dalla sua storia, mi domandai se fosse vero ciò che si diceva e mi chiesi come fosse diventato. Lo avrei riconosciuto?

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